Le Dietary Guidelines for Americans 2025–2030 (DGA) propongono un modello alimentare semplificato e fortemente incentrato sull’aumento dell’apporto proteico e sulla riduzione degli alimenti ultra-processati. Sebbene tali obiettivi siano condivisibili sul piano generale, l’analisi critica del documento evidenzia diverse incongruenze rispetto alle evidenze consolidate in ambito di prevenzione nutrizionale. In particolare, emergono criticità nella mancata distinzione qualitativa tra fonti proteiche, nella comunicazione dei rischi associati al consumo di carne rossa e trasformata, nella gestione del tema alcol, nella rappresentazione grafica dei cereali e nell’equiparazione dei grassi da condimento. Il presente contributo discute tali aspetti confrontando le DGA con le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), della Società Italiana di Nutrizione Umana (SINU) e con la nuova Piramide della Dieta Mediterranea (2025), evidenziando le implicazioni cliniche e di salute pubblica.
Apporto proteico elevato: quantità senza qualità?
Uno degli elementi centrali delle DGA è l’incremento dell’apporto proteico raccomandato (fino a 1,2–1,6 g/kg/die). Sebbene un aumento delle proteine possa essere giustificato in specifiche popolazioni (anziani, sarcopenia, sportivi), la sua estensione a livello di popolazione generale solleva interrogativi rilevanti. Il documento non opera una distinzione sufficientemente esplicita tra proteine di origine animale e vegetale, trattandole come un insieme funzionalmente equivalente. Tuttavia, la letteratura scientifica mostra come la provenienza delle proteine influenzi in modo significativo:
- il profilo lipidico e l’apporto di grassi saturi;
- il rischio cardiovascolare e oncologico;
- la composizione e la funzionalità del microbiota intestinale.
Le linee guida OMS e SINU, così come il modello Mediterraneo, sottolineano invece l’importanza di privilegiare fonti proteiche vegetali (legumi, frutta secca, semi), pesce e, solo in modo moderato, alimenti di origine animale.
Carne rossa e trasformata: un rischio comunicativo
Le DGA enfatizzano il concetto di “proteine” senza associare in modo sufficientemente esplicito i rischi legati al consumo eccessivo di carne rossa e soprattutto trasformata. Questo approccio comunicativo è critico, poiché tali alimenti sono associati, secondo numerose evidenze, a un aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2 e tumori (in particolare colon-retto).
Il modello Mediterraneo e le raccomandazioni OMS indicano chiaramente la necessità di limitare la carne rossa e ridurre al minimo quella processata, inserendole ai livelli più alti (e meno frequenti) della piramide alimentare.
Alcol: l’assenza di soglie come problema di sanità pubblica
Un ulteriore punto critico delle DGA 2025–2030 riguarda l’alcol. Il documento propone indicazioni generiche di riduzione, senza soglie quantitative chiare. Questo approccio si discosta dalle più recenti posizioni dell’OMS, secondo cui non esiste un livello di consumo di alcol completamente sicuro per la salute. Dal punto di vista educativo e clinico, l’assenza di riferimenti quantitativi può tradursi in una sottostima del rischio, soprattutto in contesti culturali in cui il consumo di alcol è normalizzato.
Grassi da condimento: l’equiparazione che confonde
Pur riconoscendo il valore degli oli ricchi di acidi grassi insaturi, come l’olio d’oliva, le DGA includono tra le opzioni di condimento anche grassi di origine animale (burro, sego bovino). Questa equiparazione risulta problematica, poiché tali grassi sono ricchi di acidi grassi saturi, il cui consumo eccessivo è associato a un aumento del rischio cardiovascolare.
Al contrario, la Dieta Mediterranea identifica l’olio extravergine di oliva come grasso di riferimento quotidiano, non come una scelta opzionale tra alternative equivalenti.
Cereali: contenuto corretto, comunicazione debole
Le DGA includono raccomandazioni a favore dei cereali integrali e dell’apporto di fibra. Tuttavia, la loro rappresentazione grafica li colloca in una posizione marginale, con il rischio di rafforzare l’idea, già diffusa, che i cereali siano alimenti da limitare o evitare.
Nel modello Mediterraneo e nelle linee guida SINU, i cereali integrali rappresentano invece una componente strutturale della dieta quotidiana, fondamentale per la salute metabolica e intestinale.
Implicazioni cliniche e di salute pubblica
Nel loro insieme, le DGA 2025–2030 rischiano di:
- promuovere un modello iperproteico senza adeguata distinzione qualitativa;
- ridurre il ruolo strutturale di cereali integrali e legumi;
- normalizzare il consumo di grassi saturi come opzione quotidiana;
- indebolire il messaggio preventivo sui rischi dell’alcol.
Tali elementi appaiono in contrasto con le evidenze più consolidate in ambito di prevenzione primaria e secondaria.

La semplificazione comunicativa delle DGA 2025–2030 rappresenta un tentativo di migliorare l’aderenza alle linee guida, ma rischia di sacrificare aspetti qualitativi fondamentali. Il confronto con OMS, SINU e Dieta Mediterranea evidenzia la necessità di un approccio che non si limiti a “quanto” mangiare, ma chiarisca che cosa, con quale frequenza e con quali implicazioni a lungo termine.
Cosa fare nella pratica (in stile mediterraneo)
Per la popolazione generale e per la pratica clinica:
Proteine:
- privilegiare legumi (≥3–4 volte/settimana), pesce e frutta secca;
- limitare carne rossa (≤1 volta/settimana) ed evitare quella trasformata (o limitare - 1 vota al mese/occasioni speciali).
Grassi:
- utilizzare quotidianamente olio extravergine di oliva come principale condimento;
- ridurre burro e altri grassi animali a usi occasionali.
Cereali:
- includere cereali integrali ad ogni pasto principale, adattando le porzioni al contesto clinico;
- evitare demonizzazioni generalizzate.
Alcol:
- comunicare che la scelta più sicura è la non assunzione;
- in alternativa, consumo occasionale e consapevole, non quotidiano.
Approccio globale:
- privilegiare modelli alimentari completi e culturalmente sostenibili, piuttosto che singoli nutrienti.


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