L’obesità rappresenta una delle principali sfide sanitarie globali del XXI secolo, essendo associata a numerose comorbidità, tra cui malattie cardiovascolari, diabete e differenti forme di cancro. Nonostante le modifiche dello stile di vita rimangano il cardine del trattamento, la loro aderenza a lungo termine è spesso limitata, mentre interventi più invasivi, come la chirurgia bariatrica, comportano rischi e sono appropriati solo in selezionate categorie di pazienti. Ciò rende necessario esplorare approcci terapeutici alternativi. In questo contesto, crescente attenzione è rivolta ai farmaci capaci di modulare il sistema dopaminergico del reward, potenzialmente utili nel controllo dell’appetito e dei comportamenti alimentari. Il metilfenidato (MPH), comunemente utilizzato nel trattamento dell’ADHD, aumenta la disponibilità sinaptica di dopamina e noradrenalina e potrebbe influenzare i meccanismi di regolazione edonica dell’assunzione di cibo. Metodi Risultati Discussione Conclusione
Questa revisione narrativa ha valutato l’effetto del metilfenidato su appetito, peso corporeo e parametri antropometrici in adulti sovrappeso o obesi. Attraverso approccio PICO sono stati selezionati 39 studi (14 RCT e 3 osservazionali).
Il metilfenidato è risultato associato a una modesta perdita ponderale (circa 1–2%) e a una significativa soppressione dell’appetito. Gli effetti sembrano più evidenti nelle donne, mentre negli uomini le evidenze sono meno consistenti, probabilmente per limiti di potenza statistica.
Sebbene il MPH mostri potenziale come opzione farmacologica aggiuntiva nella gestione dell’obesità, rimangono importanti interrogativi in merito a sicurezza cardiovascolare, sostenibilità degli effetti e risposta differenziata per genere. L’eterogeneità metodologica degli studi, le ridotte dimensioni campionarie e l’assenza di follow-up a lungo termine limitano la generalizzabilità dei risultati.
Il metilfenidato appare in grado di sopprimere l’appetito e ridurre l’assunzione calorica, con un effetto più pronunciato nelle donne. Tuttavia, le attuali evidenze non sono sufficienti per raccomandarne l’uso clinico nella gestione dell’obesità. Sono necessari studi randomizzati su larga scala, con follow-up prolungato, valutazione strutturata della sicurezza e analisi stratificate per genere, oltre a indagini su possibili associazioni con interventi sullo stile di vita o altre terapie farmacologiche.


