Ci sono persone per cui alcuni suoni quotidiani non sono semplicemente fastidiosi, ma diventano insopportabili. Il rumore della masticazione, il respiro di chi è vicino, il ticchettio ripetuto di una penna possono scatenare una reazione intensa e immediata. Rabbia, ansia, tensione fisica, bisogno di allontanarsi. Questa condizione si chiama misofonia e non ha nulla a che vedere con l’essere “troppo sensibili” o poco tolleranti.
La misofonia è una risposta reale del sistema nervoso. Quando il suono‐trigger viene percepito, il corpo entra in uno stato di allerta, come se stesse affrontando una minaccia. Non è una scelta consapevole, né qualcosa che si possa controllare con la forza di volontà. Eppure, chi la vive spesso si sente giudicato, minimizzato o incompreso, perché dall’esterno quel suono appare innocuo.
Negli ultimi anni la ricerca scientifica ha iniziato a guardare alla misofonia non solo come a un problema “di fastidio”, ma come a una condizione legata alla regolazione emotiva e all’attivazione del sistema nervoso. In questo contesto si inserisce un recente studio pubblicato sul Journal of Psychiatric Research, che ha esplorato il possibile ruolo di un supporto naturale molto semplice: la tisana alla lavanda.
I ricercatori hanno osservato un gruppo di adulti con misofonia, valutando non solo la reattività ai suoni, ma anche aspetti spesso associati a questa condizione, come ansia, umore depresso e rabbia. Una parte dei partecipanti ha assunto tisana alla lavanda per due settimane, mentre l’altro gruppo non ha seguito alcun intervento. Al termine del periodo di osservazione, chi aveva consumato la lavanda ha mostrato una riduzione dell’intensità dei sintomi emotivi e una migliore gestione della risposta ai suoni scatenanti.
È importante chiarire subito un punto fondamentale: la lavanda non è una cura per la misofonia. Non elimina i trigger e non “spegne” la sensibilità uditiva. Quello che emerge dallo studio è piuttosto un possibile effetto di modulazione. La lavanda è nota per le sue proprietà calmanti e ansiolitiche, già osservate in altri contesti, e potrebbe contribuire a ridurre l’iperattivazione del sistema nervoso, rendendo la risposta emotiva meno travolgente.
Questo aspetto è cruciale, perché la sofferenza legata alla misofonia non deriva solo dal suono in sé, ma da ciò che quel suono provoca dentro il corpo. Quando il sistema nervoso è costantemente in uno stato di allerta, ogni stimolo diventa più difficile da gestire. Interventi che favoriscono la regolazione, anche se semplici, possono quindi avere un ruolo di supporto, soprattutto nei casi di sintomatologia lieve o come complemento ad altri percorsi.
Gli stessi autori dello studio invitano comunque alla cautela. La ricerca non è stata condotta in doppio cieco e le valutazioni si basano su questionari soggettivi. Questo significa che sono necessari ulteriori studi, più ampi e più rigorosi, per confermare questi risultati. Tuttavia, il valore di questo lavoro sta anche nel messaggio che trasmette: la misofonia merita attenzione scientifica e approcci rispettosi, non giudizi.
Parlare di misofonia in modo corretto significa spostare il focus dalla colpa alla comprensione. Non si tratta di “abituarsi” o di sopportare di più, ma di riconoscere una diversa modalità di risposta del sistema nervoso. La ricerca sta lentamente aprendo nuove strade, mostrando che anche piccoli supporti, inseriti in un contesto più ampio di ascolto e personalizzazione, possono fare la differenza.
Riconoscere la misofonia come una condizione reale è già un primo passo. Il secondo è costruire strategie che mettano al centro la persona, non il rumore.
https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S0022395626000282?via%3Dihub


